Maltrattamenti in famiglia: quando la condotta è abituale?

Nel reato di maltrattamenti in famiglia, non è sufficiente dimostrare l’esistenza di singoli episodi di violenza, minaccia o sopraffazione. È necessario valutare le condotte nel loro complesso e verificare se abbiano dato vita a un comportamento abituale, idoneo a imporre alla persona offesa un regime di vita vessatorio e mortificante.

È questo, in sintesi, il principio ribadito anche dalla recente sentenza della sesta sezione penale della Corte di Cassazione del 24 settembre 2026, n. 34406, che richiama l’attenzione su un aspetto particolarmente importante: la continuità cronologica delle condotte deve essere concretamente verificata e adeguatamente motivata dal giudice.

Maltrattamenti in famiglia: non basta contare gli episodi

L’art. 572 del Codice penale disciplina il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi, che ha natura di reato abituale.

Questo significa che il reato non nasce necessariamente da un singolo comportamento, ma dalla reiterazione di condotte che, considerate complessivamente, sono in grado di determinare nella vittima una condizione di sofferenza e di soggezione.

Per questa ragione, in un processo per maltrattamenti non è sufficiente predisporre un semplice elenco di episodi.

Il giudice deve infatti verificare:

  • quali siano state le condotte contestate;
  • in quale periodo temporale si siano verificate;
  • se tra i diversi episodi esista una continuità;
  • se le condotte, considerate nel loro insieme, abbiano determinato un regime di vita vessatorio;
  • se sia quindi possibile considerare gli episodi come espressione di un’unica condotta abituale.

Che cosa significa “abitualità” nel reato di maltrattamenti?

L’abitualità non richiede necessariamente che le condotte si siano verificate ogni giorno o secondo una precisa cadenza.

Ciò che rileva è che gli episodi siano collegati tra loro e siano tali da evidenziare una situazione di vessazione non meramente occasionale.

In altre parole, non è il numero degli episodi, preso isolatamente, a determinare l’esistenza del reato.

Anche un periodo di tempo non particolarmente lungo può assumere rilevanza penale, quando le condotte accertate abbiano prodotto una situazione di sofferenza non transitoria.

Al contrario, episodi completamente isolati e privi di una concreta connessione tra loro non possono essere automaticamente qualificati come maltrattamenti.

La Cassazione, con la sentenza n. 34406/2026, precisa tuttavia che la sussistenza del requisito dell’abitualità non è esclusa dalla circostanza che gli episodi vessatori si siano manifestati in modo non ininterrotto nell’arco di un prolungato periodo temporale, quando dagli atti emerga che le condotte violente e vessatorie – ancorché intervallate da fasi di quiescenza – siano riconducibili a un medesimo, persistente clima di sopraffazione familiare, culminato in episodi più gravi che ne costituiscono l’evoluzione sintomatica.

Violenza e maltrattamenti: qual è la differenza?

La distinzione è importante.

Una singola aggressione, ad esempio, può integrare altri reati, come quello di lesioni personali, ma non determina automaticamente la configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia.

Nel caso dell’art. 572 c.p., infatti, occorre guardare alla situazione complessiva instaurata nella relazione familiare o di convivenza.

Le singole condotte possono essere molto diverse tra loro: aggressioni fisiche, minacce, umiliazioni, insulti, comportamenti vessatori o altre forme di sopraffazione.

Ciò che rileva è il loro inserimento in un quadro unitario, caratterizzato da una sistematica compromissione della dignità e della serenità della persona offesa.

Per la persona offesa

Chi subisce violenze o comportamenti vessatori all’interno della famiglia non dovrebbe sottovalutare l’importanza di ricostruire con precisione gli episodi e la loro collocazione nel tempo.

Conservare messaggi, comunicazioni, fotografie, referti medici e altri elementi utili e annotare le circostanze degli episodi può contribuire alla ricostruzione complessiva dei fatti.

Naturalmente, ogni situazione deve essere valutata individualmente e con particolare attenzione anche alle eventuali esigenze di tutela immediata della persona offesa.

Per la persona accusata

Dal punto di vista difensivo, è invece essenziale verificare con attenzione la ricostruzione temporale contenuta nell’accusa.

Non è sufficiente chiedersi se alcuni episodi siano realmente avvenuti: occorre anche verificare come siano stati collegati tra loro, quale sia l’arco temporale considerato e se esista effettivamente quella continuità necessaria a configurare un reato abituale.

La qualificazione giuridica dei fatti, infatti, può dipendere proprio dal modo in cui gli episodi vengono collocati nel tempo e nel contesto della relazione.

Perché è importante rivolgersi tempestivamente ad un avvocato

Le vicende di maltrattamenti in famiglia presentano spesso una particolare complessità perché coinvolgono contemporaneamente profili giuridici (sia penali che civili), familiari e personali.

Per la persona offesa può essere necessario valutare tempestivamente quali strumenti di tutela siano concretamente utilizzabili.

Per la persona sottoposta a indagini o imputata, invece, è fondamentale analizzare la contestazione, la documentazione acquisita e la ricostruzione degli episodi per verificare la sussistenza degli elementi richiesti dall’art. 572 c.p.

Una valutazione professionale tempestiva permette di individuare la strategia più adeguata alla situazione concreta.

Hai bisogno di assistenza per una vicenda di maltrattamenti in famiglia?

Se sei vittima di comportamenti violenti o vessatori all’interno della famiglia, oppure se sei stato accusato del reato di maltrattamenti, è importante non affrontare la situazione senza un’adeguata assistenza legale.

Lo Studio Legale Grici & Testa presta assistenza e consulenza in materia di diritto penale e diritto di famiglia, anche attraverso conference call e grazie alla rete dei propri collaboratori è in grado di fornire assistenza su tutto il territorio italiano.

Per una valutazione della tua situazione e per capire quali siano gli strumenti di tutela concretamente utilizzabili, puoi contattare lo Studio per un primo confronto con un professionista, anche compilando il form in basso

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Il presente articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce parere legale. La valutazione di una specifica vicenda richiede l’esame della documentazione e delle circostanze del caso concreto.

L’audizione protetta: proteggere il minore, sostenere la famiglia

Quando un figlio è vittima di un reato o testimone di eventi dolorosi, il pensiero di dover affrontare il processo penale è fonte di comprensibile angoscia per ogni genitore. La paura che il bambino possa subire un trauma ulteriore, rivivendo l’accaduto in un ambiente freddo o ostile, è legittima.

Tuttavia, è fondamentale sapere che il nostro ordinamento giuridico ha introdotto tutele rigorose e specifiche proprio per evitare la cosiddetta “vittimizzazione secondaria”. L’obiettivo primario non è solo la ricerca della verità, ma la protezione dell’integrità psicofisica del minore.

In cosa consiste l’Audizione Protetta?

L’audizione protetta è un percorso pensato su misura per le esigenze del bambino. Non si tratta di un interrogatorio tradizionale, ma di un momento gestito con estrema delicatezza, basato su tre pilastri fondamentali:

  • Ambiente protetto: l’incontro può avvenire in luoghi idonei, spesso protetti e confortevoli, talvolta anche al di fuori dell’aula di tribunale (come l’abitazione del minore), per far sentire il bambino in un contesto rassicurante.
  • Schermatura visiva: il minore non deve subire lo stress del contatto diretto con l’indagato o con altre parti processuali. Grazie a collegamenti audio-video unilaterali, il bambino si trova in una stanza protetta con un esperto, mentre le domande vengono trasmesse in tempo reale, garantendo che il processo si svolga senza che il piccolo si senta “sotto accusa” o, comunque a disagio.
  • Mediazione tecnica: durante l’esame, l’Autorità Giudiziaria funge da garante, mediando le domande poste dalle parti. Spesso è presente un esperto di psicologia infantile che supporta il giudice e il minore, assicurandosi che il linguaggio utilizzato sia adeguato all’età e alla sensibilità del bambino.

La delicatezza delle domande

Uno degli aspetti più importanti riguarda il come vengono poste le domande. La giurisprudenza è molto chiara: sono vietate le domande suggestive o manipolatorie. Si privilegiano domande aperte, che lasciano al minore la libertà di raccontare il proprio vissuto spontaneamente, senza pressioni o induzioni che potrebbero inquinare la genuinità del ricordo.

La tecnologia come garanzia

La legge prevede la videoregistrazione dell’audizione. Questo strumento è una garanzia per tutti: permette di documentare fedelmente non solo le parole, ma anche le espressioni, i silenzi e il comportamento del minore, evitando che il bambino debba ripetere più volte il racconto in diverse fasi del processo.

I diritti del bambino e la privacy

Il sistema garantisce il massimo riserbo: è severamente vietata la pubblicazione delle generalità e delle immagini del minore. La legge e le direttive europee (come la Direttiva 2012/29/UE e la Convenzione di Lanzarote) impongono che il minore sia sempre trattato con una sensibilità speciale, ponendo il suo benessere al centro di ogni decisione giudiziaria.

Un messaggio ai genitori

Capiamo perfettamente il senso di smarrimento che si prova di fronte a un percorso giudiziario. Sappiate però che non sarete soli. Il giudice e gli ausiliari tecnici hanno il compito di “costruire” un ambiente che metta al primo posto la tranquillità di vostro figlio.

Il ricorso a consulenti esperti, la possibilità di utilizzare un linguaggio semplice e la protezione garantita dagli strumenti tecnologici sono lì proprio per permettere al minore di essere ascoltato senza che il peso del processo diventi un ostacolo alla sua serenità.

Se vi trovate in questa situazione, confrontatevi con il vostro avvocato sulle modalità concrete con cui verrà strutturata l’audizione. Conoscere in anticipo le tutele previste vi permetterà di affrontare ogni passaggio con maggiore consapevolezza e, soprattutto, di trasmettere quella serenità di cui vostro figlio ha bisogno per sentirsi protetto e ascoltato.

Nota: Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una consulenza legale professionale. Per ogni caso specifico, si consiglia di rivolgersi a un legale.

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Screenshot e Stalking: sono prove ? La recente sentenza della Cassazione (n. 6024/2026)

Hai ricevuto messaggi minatori su WhatsApp? Sei vittima di persecuzioni sui social e hai salvato decine di “fermo immagine” per difenderti?

Una domanda sorge spesso spontanea: lo screenshot ha valore legale in un processo per stalking? La recente sentenza n. 6024/2026 della Corte di Cassazione Penale ha fatto ulteriore chiarezza su questo punto cruciale, stabilendo confini precisi per l’utilizzabilità degli screenshot. Ecco cosa devi sapere per tutelare i tuoi diritti.


Lo screenshot come prova: cosa dice la Cassazione

Molti pensano che basti mostrare una foto dello schermo al giudice per inchiodare lo stalker. In realtà, la questione è più complessa. Con la sentenza 6024/2026, gli Ermellini hanno ribadito che:

  • Lo screenshot è un documento: ai sensi dell’art. 234 del Codice di Procedura Penale, lo screenshot è considerato una “riproduzione meccanica” di fatti e cose. È quindi, in linea di massima, utilizzabile quale documento informatico.
  • Il rischio della contestazione: essendo una semplice immagine, la difesa dell’imputato può contestarne la genuinità (sostenendo, ad esempio, che la conversazione sia stata manipolata o decontestualizzata).
  • L’importanza del supporto originale: la Cassazione sottolinea che, per avere pieno valore probatorio, lo screenshot dovrebbe essere accompagnato dall’esame del dispositivo originale (lo smartphone o il PC) o da una perizia informatica che ne certifichi l’integrità.

Quando lo screenshot “regge” in tribunale?

Secondo i giudici, lo screenshot può essere utilizzato come prova dello stalking se:

  1. È coerente con le altre testimonianze della vittima.
  2. Non viene smentito da prove contrarie che ne dimostrino l’alterazione.
  3. Viene acquisito correttamente: presentare il telefono in caserma per farne estrarre i dati ufficialmente è sempre la strategia più sicura.

Perché rivolgersi a un legale esperto?

In un caso di stalking, la prova digitale è spesso il cuore dell’accusa. Sbagliare il modo in cui si presentano i messaggi o le chat può portare all’inutilizzabilità della prova e, purtroppo, all’archiviazione del caso o all’assoluzione dell’imputato.

Lo Studio Legale Grici & Testa assiste le vittime di atti persecutori garantendo che ogni prova (chat, mail, post sui social) venga cristallizzata e presentata secondo i più rigorosi standard legali, per trasformare un semplice “clic” in una prova inattaccabile. Lo Studio assiste anche gli indagati e imputati in procedimenti per stalking al fine di valutare il compendio probatorio e assicurare un’idoena difesa.


Hai bisogno di assistenza legale?

Se pensi di essere vittima di stalking o hai bisogno di una consulenza sulla validità delle tue prove digitali, se sei coinvolto in un procedimento per stalking, non aspettare. Proteggi la tua serenità e i tuoi diritti.

Contatta lo Studio Legale Grici & Testa:

📍 Sede: P.le Clodio 18, Roma 📞 Telefono:3936392107 Email: segreteria@studiolegalegricitesta.it 🌐 Sito Web: www.studiolegalegricietesta.it

Grazie alla consulenza on line possiamo garantire assistenza su tutto il territorio nazionale.


Nota Legale: Questo articolo ha scopo puramente informativo e non costituisce parere legale. Ogni caso presenta dinamiche uniche che richiedono l’analisi approfondita di un professionista.

Gratuito patrocinio: cos’è e chi può beneficiarne nel 2025

Hai bisogno di un avvocato ma temi di non potertelo permettere? Sappi che in molti casi puoi avere assistenza legale gratuita, grazie all’istituto del patrocinio a spese dello Stato, più conosciuto come gratuito patrocinio.

Cos’è il gratuito patrocinio?

Il gratuito patrocinio è un diritto previsto dalla legge italiana che consente ai cittadini con redditi bassi di essere assistiti da un avvocato senza dover sostenere le spese legali, perché a pagarle è lo Stato.

Chi può richiederlo?

Può fare richiesta chi ha:

  • cittadinanza italiana o è cittadino straniero regolarmente soggiornante (questo perché è necessario un documento d’identità per la richiesta di ammissione) oppure apolide;
  • un reddito annuo non superiore a un certo limite stabilito dalla legge.

🔔 Novità 2025: Il limite di reddito per accedere al gratuito patrocinio è stato aumentato.

Qual è il nuovo limite di reddito?

Con il Decreto del Ministero della Giustizia del 11 luglio 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il nuovo limite di reddito è stato elevato a € 13.659,64.

Fino al 2024, il limite era € 12.838,01, quindi si tratta di un aumento significativo che permetterà a più persone di accedere al beneficio.

Il reddito da considerare è quello famigliare, ossia il reddito complessivo del richiedente e delle persone conviventi, come risulta dall’ultima dichiarazione dei redditi (modello 730 o modello Redditi).

Attenzione: si tiene conto del solo reddito personale quando sono oggetto della causa diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi.

CODICE ROSSO: la persona offesa dai reati di cui agli articoli 572, 583-bis, 609-bis, 609-quater, 609-octies e 612-bis, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale, può essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito previsti dalla Legge

Come si presenta la domanda?

La domanda va presentata in forma scritta, e deve contenere:

  • i dati anagrafici del richiedente;
  • il motivo per cui si vuole fare causa o difendersi;
  • una dichiarazione dei redditi (autocertificazione ai sensi del DPR 445/2000);
  • eventuali documenti a supporto (es. copia dell’ultima dichiarazione dei redditi, NO ISEE).

A seconda del tipo di causa, la domanda si presenta:

  • presso la segreteria dell’Ordine degli Avvocati;
  • oppure direttamente all’autorità giudiziaria (es. nel processo penale).

L’avvocato lo scelgo io?

Sì, puoi scegliere liberamente l’avvocato tra quelli iscritti negli elenchi degli avvocati abilitati al patrocinio a spese dello Stato. Puoi trovarli sul sito dell’Ordine degli Avvocati della tua città.


Hai dubbi? Contattami

Se pensi di poter rientrare nei requisiti o vuoi sapere se puoi beneficiare del gratuito patrocinio, puoi contattarci per una valutazione preliminare.

Ti aiuterò a:

  • capire se hai diritto al patrocinio gratuito,
  • predisporre e presentare la domanda,

avviare o difenderti in un procedimento legale senza preoccuparti delle spese legali.

Divieto di avvicinamento e diritto di visita

Oggi parleremo del rapporto tra la misura cautelare del divieto di avvicinamento e il diritto di visita del genitore separato, alla luce della recentissima sentenza n. 19483/2025 della Corte di Cassazione penale.


1. Cos’è la misura del divieto di avvicinamento?

Si tratta di una misura cautelare (ex art. 282 ter c.p.p.) volta ad impedire alla persona indagata o imputata di avvicinarsi alla persona offesa, ai luoghi frequentati dalla persona offesa o dai suoi famigliari. La misura può consistere anche nel divieto di comunicazione , con qualsiasi mezzo, con la persona offesa o con i suoi conviventi o con le persone che le sono affettivamente legate. La sentenza 19483/2025 ha confermato la legittimità di applicare tale divieto anche nei confronti del figlio minore quando questo abbia assistito a maltrattamenti, cioè nel caso di violenza domestica cosiddetta assistita.

In concreto, il provvedimento può vietare ad un padre indagato di maltrattamenti in famiglia, a cui abbia assistito il figlio,  di avvicinarsi ai luoghi frequentati dal minore (abitazione, scuola, parchi ecc.), di comunicare con lui o di usare intermediari.  L’obiettivo primario è quello di tutelare il minore che sia stato vittima o testimone della violenza. 


2. Il diritto di visita del genitore separato

Nel diritto civile, in caso di separazione o divorzio, è riconosciuto al genitore non collocatario il diritto di visita al figlio minore, spesso regolato dal tribunale civile nell’interesse del bambino. Questa misura mira a salvaguardare il legame genitoriale, bilanciando i diritti di entrambi i genitori.

Tuttavia, secondo la Cassazione, questo diritto non è assoluto, ma deve cedere di fronte alla necessità di tutelare il minore che sia stato vittima dei maltrattamenti, anche nel caso in cui non siano a lui diretti ma vi abbia assistito.  

La tutela del minore è prioritaria e superiore anche al diritto di visita. 


3. La sentenza n. 19483/2025: i punti salienti

  • Si conferma che il minore vittima diretta o testimone di maltrattamenti è qualificato come “persona offesa” dal reato, giustificando una tutela penale più incisiva .
  • Il Giudice penale può pertanto adottare misure cautelari che siano, astrattamente, in contrasto con il provvedimento civile che dispone il diritto di visita, laddove queste siano ritenute necessarie per proteggere il minore.
  • La tutela del minore è prioritaria e superiore, in un’ottica di bilanciamento di diritti, rispetto al diritto di visita del genitore.

Sei vittima di maltrattamenti in famiglia e vuoi conoscere quali sono le forme di tutela concretamente volte a proteggere te e la tua famiglia? Sei stato denunciato per maltrattamenti in famiglia e non sai come difenderti? 

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